
A NEVER ENDING STORY
Solo restando fedeli alla nostra essenza ci differenziamo
senza cadere nel vuoto e nel dissolvimento. E dire, anzi,
che il senso di ogni esistenza giace proprio nel mezzo
del nulla in cui ci si ritrova stando al mondo.
Questa la mia storia.
Sogni senza frontiere
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La via più breve per giungere a se stessi
ruota intorno al mondo.
HERMAN KEYSERLING


Era l’alba del nuovo millennio quando, sola, mi misi in viaggio con in tasca pochi spiccioli, nella mente un immenso non sapere1 e nel petto il batticuore di chi prende il volo per la prima volta.
Lasciavo la mia zona di comfort per raggiungere gli antipodi, concretizzando quello che mi bazzicava per la testa da quando, anni addietro, avevo iniziato a collezionare sogni giganti.
Il primo si era fatto largo col crescente bisogno di assecondare una natura incline alla ricerca del vero, a partire dallo scopo della mia esistenza, il motivo per cui sono viva, la vocazione.
Ecco che, insieme ad un graduale ribaltamento di prospettiva, era venuto il giorno in cui mi sarei diretta altrove, non già per ricominciare da un’altra parte, ma per tornare rigenerata.
Nutrita dalla fertile Terra Australis, culla del popolo più antico del Pianeta, dove natura incontaminata e moderna civiltà coabitano dentro uno spazio in cui perfino il tempo è dilatato.
Dunque, là potevo recuperare quello perduto: il prezioso tempo sottrattomi quando, giovanissima, immaginavo di frequentare l’università fra i grattacieli di qualche metropoli. Agli antipodi, mi ero quindi spinta per cogliere parte del fiore dei miei anni.
Nei mesi di gestazione down under, all’epoca in cui ancora nessun italiano s’incontrava con zaino in spalla e all’avventura, misurai me stessa e l’importanza di battere strade inesplorate, qualche volta dirette a realizzare sogni che non sono per tutti. Perché i sogni, quelli grandi, sono solo per chi li insegue.
NOTA BIBLIOGRAFICA
ⅼ. Chandra Livia Candiani, Questo immenso non sapere, Torino, Einaudi, 2021 ⇧
L’orizzonte del domani
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Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so,
ruota intorno al mondo.
CESARE PAVESE


Pareva fosse stato il virus del viaggio – malattia sostanzialmente incurabile – a far sì che, tornata, scegliessi il mestiere del vento.
E una vocazione per la vita di bordo. Un’immensa fascinazione per le storie udite dai vecchi pescatori, o lette sui preziosi libri che narrano avventure e disgrazie dei lupi di mare di un tempo, come quelle del mio bisnonno, nostromo su grandi velieri.
Navigare è significato per me conoscere il mondo marinaresco, che tuttora spesso si identifica in chi sfugge a chissà quale colpa o sventura. E in chi, come me, incontrando realtà non soltanto geograficamente lontane, s’imbarca alla conquista della propria identità, affrontando le prove che il destino gli ha riservato.
Ero venuta alla luce in un giorno di fine febbraio del 1976, nell’aria umida e intrisa di sale di un piccolo centro affacciato sulla distesa blu che più tardi avrei solcato in ogni direzione, audace e in balìa di quelli che credevo ciechi colpi del caso.
Si dice che nasciamo e muoriamo soli. Ma persino in questa vita di mezzo capita di ritrovarcisi, ed io posso affermare che “sola” è lo stato in cui sono approdata rispondendo a una necessità.
Per soddisfare un rinnovato bisogno di silenzio e solitudine. Silenzio e solitudine a cui il mare mi aveva ammaestrato e che, dinnanzi alla pagina bianca, ho saputo accogliere ed esplorare.
A lungo ignara di trovarmi sull’imperscrutabile scia del destino, per tutti quegli anni, prima di votarmi totalmente alla scrittura, avevo seguito la rotta di una passione sommersa dall’oblio.
Dietro l’oltre
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Non c’è niente come tornare in un luogo che non è cambiato,
per rendersi conto di quanto sei cambiato.
NELSON MANDELA


Tutto tornò a galla quando un infortunio mi costrinse all’ozio. Fu allora che iniziai a scorrere le note del mio “diario di bordo”, realizzando in un baleno di esser sul punto di dedicarmi al libro che ai tempi del liceo ora ricordavo! sentivo che avrei scritto.
Presi così a narrare del sogno che anni addietro avevo inseguito: venire a contatto con l’Australia aborigena. Ed ecco che adesso, chiusa tra quattro mura, intraprendevo il viaggio più lontano.
Scrivere è un cammino verso l’ignoto: prima di farlo non si sa cosa venga fuori. È come osservare un orizzonte in costante cambiamento ed ogni volta, se si è disposti a coglierne i tratti,
lo specchio del mare riconsegna un nuovo stato della mente.
Grazie ai miei nuovi occhi, ecco che ora io posso vedere oltre: tutto era iniziato prima di quando misi piede agli antipodi. Prima ancora di quei seppur lontani anni Settanta! E finirà mai?
Con questo interrogativo, mi ritrovo col pensiero nel ventre dell’immenso continente rosso e riconosco nel Sole la donna che, secondo la visione aborigena, vive in un accampamento situato ad est ed ogni giorno, appena sveglia, accende un fuoco.
Prepara la torcia di corteccia che attraverso il cielo porterà persino Back of Beyond, “Dietro l’Oltre”, nelle zone più distanti da qualsiasi altro luogo, all’interno della vasta e remota area dell’Outback australiano: la regione “dove giacciono i morti”,
the Never-Never, il “Mai-Mai”2.
Tutto, alla fine, conosce un seguito. E la mia storia, qui ed ora, prosaicamente continua così.
NOTA BIBLIOGRAFICA
2. Barcroft Boake, Where The Dead Man Lie and other poems, 1897.
